Perche’ dobbiamo dirci cristiani di Marcello Pera

‘Perché dobbiamo dirci cristiani. Il liberalismo, l’Europa, l’etica’ di Marcello Pera, edito da Mondadori, è un libro che intende rifiutare tutti i ‘perciò‘ e i ‘dunque‘ che impongono di rinunciare al cristianesimo. E questi ‘perciò‘ e ‘dunque‘ più o meno giustificati sono più che diffusi: li leggiamo sui libri e sui giornali, li sentiamo alla televisione e nelle aule universitarie, li ascoltiamo dalla voce di tanti intellettuali, li vediamo all’opera nell’azione di tanti politici.

Ci bombarda da così tante parti, questa negazione della religione, in particolare questa apostasia del cristianesimo, che c’è solo da meravigliarsi che qualcuno ancora si opponga. Marcello Pera, autore di questo libro, si oppone e spiega la Sua posizione di laico e liberale che si rivolge al cristianesimo per chiedergli le ragioni della speranza.

Non si tratta di conversioni o illuminazioni o ravvedimenti, tutte cose importanti, delicate e rispettabili ma che attengono alla sfera della coscienza personale di cui non si fa questione e ancor meno esibizione in questo libro. Si tratta di coltivare una fede (altra espressione appropriata non c’è) in valori e principi che caratterizzano la nostra civiltà, e di riaffermare i capisaldi di una tradizione della quale siamo figli, con la quale siamo cresciuti, e senza la quale saremmo tutti più poveri.


perche-dobbiamo-dirci-cristiani-il-liberalismo-l-europa-l-etica-1912567.jpgTitolo: Perché dobbiamo dirci cristiani. Il liberalismo, l’Europa, l’etica
Genere: Scienza Politica
Autore: Marcello Pera
Editore: Mondadori
Anno: 2008
Collana: Saggi
Informazioni: pg. 196
Codice EAN: 9788804588313

Prezzo Book Shop: € 18,00

IL LIBRO – Perché dovremmo dirci cristiani? Oggi siamo liberali, e perciò non c’è bisogno di rivolgersi al cristianesimo per giustificare i nostri diritti e libertà fondamentali. Siamo laici, e perciò possiamo considerare le fedi religiose come credenze private. Siamo moderni, e perciò crediamo che l’uomo debba farsi da sé, senza bisogno di guide che non derivino dalla sua propria ragione.

Siamo figli della scienza, e perciò ci basta il sapere positivo, provato e dimostrato. In Europa stiamo per unificarci, e dunque dobbiamo evitare di dividerci menzionando il cristianesimo fra le radici dell’identità europea. In casa nostra stiamo integrando milioni di islamici, e dunque non possiamo chiedere conversioni di massa al cristianesimo.

Dentro le nostre società occidentali stiamo attraversando la fase della massima espansione dei diritti, e dunque non possiamo consentire che la Chiesa interferisca e ne ostacoli il godimento. E così via …

L’AUTOREMarcello Pera (Lucca, 1943), già ordinario di Filosofia teoretica all¿Università di Catania e di Filosofia della scienza all’Università di Pisa, è senatore dal 1996. Durante la XIV Legislatura (2001-2006) ha ricoperto la carica di Presidente del Senato. Ha pubblicato in Italia e all’estero numerosi libri di argomento filosofico. Presso Mondadori è uscito nel 2004, scritto con Benedetto XVI (allora Cardinale Joseph Ratzinger), Senza Radici. Europa, relativismo, cristianesimo, islam.

 

Perche’ dobbiamo dirci cristiani di Marcello Peraultima modifica: 2008-12-06T18:39:00+01:00da poetilandia
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4 pensieri su “Perche’ dobbiamo dirci cristiani di Marcello Pera

  1. ‘Perché dobbiamo dirci cristiani. Il liberalismo, l’Europa, l’etica’ di Marcello Pera, edito da Mondadori, è un libro che intende rifiutare tutti i ‘perciò’ e i ‘dunque’ che impongono di rinunciare al cristianesimo. E questi ‘perciò’ e ‘dunque’ più o meno giustificati sono più che diffusi: li leggiamo sui libri e sui giornali, li sentiamo alla televisione e nelle aule universitarie, li ascoltiamo dalla voce di tanti intellettuali, li vediamo all’opera nell’azione di tanti politici.

    Ci bombarda da così tante parti, questa negazione della religione, in particolare questa apostasia del cristianesimo, che c’è solo da meravigliarsi che qualcuno ancora si opponga. Marcello Pera, autore di questo libro, si oppone e spiega la Sua posizione di laico e liberale che si rivolge al cristianesimo per chiedergli le ragioni della speranza. Non si tratta di conversioni o illuminazioni o ravvedimenti, tutte cose importanti, delicate e rispettabili ma che attengono alla sfera della coscienza personale di cui non si fa questione e ancor meno esibizione in questo libro. Si tratta di coltivare una fede (altra espressione appropriata non c’è) in valori e principi che caratterizzano la nostra civiltà, e di riaffermare i capisaldi di una tradizione della quale siamo figli, con la quale siamo cresciuti, e senza la quale saremmo tutti più poveri…

  2. ‘Perché dobbiamo dirci cristiani. Il liberalismo, l’Europa, l’etica’ di Marcello Pera, edito da Mondadori, è un libro che intende rifiutare tutti i ‘perciò’ e i ‘dunque’ che impongono di rinunciare al cristianesimo. E questi ‘perciò’ e ‘dunque’ più o meno giustificati sono più che diffusi: li leggiamo sui libri e sui giornali, li sentiamo alla televisione e nelle aule universitarie, li ascoltiamo dalla voce di tanti intellettuali, li vediamo all’opera nell’azione di tanti politici.

    Ci bombarda da così tante parti, questa negazione della religione, in particolare questa apostasia del cristianesimo, che c’è solo da meravigliarsi che qualcuno ancora si opponga. Marcello Pera, autore di questo libro, si oppone e spiega la Sua posizione di laico e liberale che si rivolge al cristianesimo per chiedergli le ragioni della speranza. Non si tratta di conversioni o illuminazioni o ravvedimenti, tutte cose importanti, delicate e rispettabili ma che attengono alla sfera della coscienza personale di cui non si fa questione e ancor meno esibizione in questo libro. Si tratta di coltivare una fede (altra espressione appropriata non c’è) in valori e principi che caratterizzano la nostra civiltà, e di riaffermare i capisaldi di una tradizione della quale siamo figli, con la quale siamo cresciuti, e senza la quale saremmo tutti più poveri.

  3. Il perchè l’homo se lo sente dentro:

    Er Filosofo, l’artista e Roma, su la vita e la morte

    -Maestro, sedète, er giorno oramai vedete s’è concruso,
    bevemoce un picchio de vino, ch’è sempre de bon uso.-
    -Sor Teodò, i miei rispetti, e pè nun fà torto a gnisuno
    Me siedo, sì, e de quello rosso, ce ne scolam’ancora uno.-

    -Mister Arte, sulle mani, ciavete quarche macchia de colore,
    daje a creà; invece oggi, sapè, m’è capitato un gran dolore.
    Che quanno Roma è in fermento, me serve più meditazione,
    e drento de me ciò da vedè com’è che gira la questione.-

    -Così, chiuso fra le mura ve sète mess’a ffà bollì er cervello?-.
    -Nò, me sentivo ar buio, soffocà e sur core un gran fardello.
    Qui ho da famme un ber bagno fra la gente de Roma mia,
    pè sgamà qual è er male che la fà soffrì, un corpo che je pìa.

    Presa la metro, so sceso ar Colosseo, poi via Fori imperiali,
    Sei bella Roma, sei er core dell’Italia mia, pè questo vali.
    Perché ogni vorta che te vengo a cerca er core tuo me offri
    Sì, me fai er tira e molla, ma poi me dici tutto quer che soffri.

    ‘Na strenger, guardanno, ‘na fotografia , qua e là scattava,
    er popolo mio verso chissa dove, a spalle curve, zombava
    ‘nfino dar re gueriero, de la Savoia casa e dar poro sordatino,
    che la sora Morte l’ha mannato incontro a un gran destino.

    Sti dù fratelli, ereno soli e abbioccati; e l’uno e ll’antro tace
    Nò!, ‘na voce me tormentava drento, nun stanno nella pace
    Caro Maestro, ‘no Zombi me parevo, cò in core un tremore,
    a sentimme d’attorno e ne la mente, tutto quer gran dolore.

    Quer dolore, incupiva puro tutta que l’intontonita ggente
    Senza stimoli, sensazioni e nè penzieri, nun sentiva gnente.
    Ar pari de un ciocco de legno frascico che s’appozza e risorte
    e poi, dar biondo tevere viè sbattuto, lassata appena Orte.

    Pè via der Corso, me sò trascinato infino a Palazzo Chigi,
    Puro quello, da bianco, li colori sua s’ereno fatti griggi.
    Sbarello fino a piazza Esedra, poi ne la Basilica pìo e entro.
    Vado cercanno quer che Roma me vò dì, starà qui drento?

    Spero de sì, pè dà un po’ de ristoro a questa mente mia.
    ‘Na statua me stà a chiamà? Ma quello è Armando Diaz,
    sarvognuno! manco lui, riesce a stassene un po’ in pace?
    l’indice puntato ch’è un fucile, me guarda serio ma tace.

    M’erriggidisco come ‘no stoccafisso, mò sò propio stanco
    m’assiedo, nun riesco a ripiamme, er viso cell’ho bianco.
    La voce der Sacerdote, me scrolla, me riporta ar monno;
    è pacata e calla, m’entra ner core e io nun m’annisconno.

    -Ieri è stata la giornata der malato. La chiesa ner rispetto,
    cià er valore della vita, e questo l’avemio sempre detto-.
    Roma mia, sorniona e bella, t’hanno vorzuto coinvorge
    Che forse, cò st’eutanasia quarcuno, te vòrebbe fa risorge?

    Io so de esse prigioniero, chiuso tra la morte e la vita
    e tutt’e dua stanno a giocà, ma mica pè perde la partita.
    Diaz fa:- dovete arispettà la morte e la vita, si vòi intenne
    E quanno una delle due vince; er silenzio ha da scenne.-

    -Io e la gente mia nun sapemio e nun contamio gnente;
    però ar bisogno, famio, perché ner core, uno se lo sente.-
    -La vita o la morte nun pòì conosce prima? C’è ‘na raggione:
    ch’er conosciuto è come ‘na lanterna accimata su un bastone,

    ar che, diceva Diogene, si te lo metti de tracolla su le spalle,
    fa luce sur prima, mai sur pòi. E quelle, nun so mica balle.-
    stì giorni de vera libbertà e puro de cultura strillaveno forte
    ma gnisuno, si nun ha fenito la vita po’ conosce la morte.

    De quer poco de novo che la vita ‘gni giorno ce concede,
    qualcheduno po’ dì de conoscela, ma pòi chi je stà a crede?

    E tu, Duca vittorioso, nun me lassà sui tizzoni ardenti.
    Che vòi da mè? Te lo chiedo, anche pè tutte le mie genti.
    Noi, ner bisogno un aiuto te cercamo, si lo pòi fà, bene,
    e noi, coi medici ai malati nostri, j’alleviamo le lor pene.

    -Politica e potere ponno adoperà la libbertà e la scienza;
    Tutto ponno fà, meno che impriggionamme la coscienza.
    Co tutta la bona volontà, faremo quer che s’ha da fàsse,
    ma er potere nun se ne pò fregà e continuà a strafogasse.

    Annisconnennose cor fatto che li sordi ‘ndò li và a trova,
    ma pè l’intrallazzi loro, Duca mio, sempre li và a scova.

    Dillo a Roma, solo su questo, cò rispetto, ha da leggiferà
    e che er sentimento e puro er core de noantri, l’ha da rispettà.
    -Fijo de Roma, hai parlato cor fervore de l’antica gente mia,
    Io da poro Duca, provo a dijelo, speranno che loro così fiat.-

    -Er potere, questo l’ha da fà; co amore e senza boria,
    li posteri vonno continuà a scrive er libbro de la storia.-
    E la Costituzzione nostra, pè cambialla ce deveno da penzà,
    l’hanno fatta li nostri padri, e nun c’ereno quaqquaraqquà.
    locurtogiovanni

  4. La riconoscenza nun è de certi ommini

    -Stò ventiquattro de dicembre cari li mii vecchi
    Ve semio venuti a salutà anche si piove a secchi.-
    -fiji , armeno per un po’ ce lasceranno in pace
    nun penzate che qui drento è tutto carmo e tace.-

    -a Mà, Papà, ner condominio che v’avemio scerto,
    ce doverebbe esse silenzio e quiete, ne sò certo
    perché da che monno è monno così tutti fanno,
    a Pasqua, er due novembre e puro a Capodanno.-

    Cari fiji, da un po’ de tempo che ve dovessimo da dì
    Qui è tutta ‘na processione de anime de giudii
    Che da noi vonno sapè, cascasse pure er monno
    Er condominio der Papa Pio decimo seconno.

    Ma, solo p’aringrazziallo, lo vonno annare a trova,
    stò sentimento è più de cinquant’anni che je cova.
    Loro sanno che durante l’Itleriana persecuzione,
    Papa Pacelli n’ha anniscoste a mucchi de persone

    Nun solo ne le chiese, nei seminari e puro nei conventi;
    Lui n’ha sarvate, de Israele, molte assai de que le genti.-
    -A mà, famme capì, perché a voi vanno addimannanno,
    quanno ce sò tante anime pie, che questo già lo sanno?-

    -Eh!, vengheno qui da noi perché tu, a tutti hai fatto sapè
    Che io stavo da la parte loro e nun è cosa che nun è.
    Questo da quanno “nun so n’idolatra”, tu hai pubbricato
    Perché gnisuno te levava da la testa che stavi ner peccato.

    certo tu me l’hai detto che l’intenzioni tua ereno bone!-
    -A mà!, ma tu, valle un po’ a capì l’anima de le perzone!.
    Me dichi che tutti quei giudii che sò trapassati oramai
    Pè aringrazziallo lo cercheno dappertutto come non mai

    Mentre quelli de st’urtima generazione stanno a zagajà
    Perché a quer poro santo padre lo volemio beatificà.
    A mà!, Tu che stai vicino a Colui che tutto puote e vòle,
    spieghime si vòi st’arcano; solo cò due o tre parole!-

    -L’ommini come già sai, nun zò pè gnente tutti eguali,
    ma quer ch’è brutto, pasceno creanno nuovi mali.
    E quindi, nun è de quell’omo vivo, la riconoscenza
    Che sarvognuno, sotto sotto frega e puro male penza.-
    -Papà, mamma inzomma definisce l’omo malamente!-
    -Però solo quanno der prossimo nun je ne frega gnente-

    locurtogiovanni

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